don. Mosè

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Roma, Italy
Sono Sacerdote Eritreo. Vivo in Italia dal 1992 Attualmente studio alla Pontificia Università Urbaniana Mi occupo dei diritti dei migranti, inparticolare dei richiedenti asilo politico e Rifugiati politici. Sono impegnato a favore dei diritti umani e civili degli Eritrei ed Etiopi.

domenica 30 gennaio 2011

S.O.S. Eritreans refugees hostages

Tg 1 La tragedia degli eritrei deportati dai predoni.

Appello del Santo Padre Benedetto XVI, per la liberazione degli ostaggi

Siamo grati al Pontefice, che ha voluto ricordare nelle sue preghiere, richiamando la comunità internazionale al rispetto dei diritti dei profughi e rifugiati.
Speriamo che l'appello del Papa venga accolto dalle autorità internazionali, in particolare il governo Egiziano, l'unico che può intervenire per la liberazione dei profughi eritrei sequestrati nel deserto del Sinai, in catene da più di un mese. Le testimonianze giunte a noi restano gravissime, soprattutto le donne in stato di gravidanza costrette a subire la fame e la sete, con gravi rischi anche per il feto. Le persone ferite dalle continue percosse hanno bisogno di cure mediche, ci sono molti altri che stanno male, debilitati dalla fame e dal continuo maltrattamento.
Confidiamo che gli stati europei accogliendo l'Appello accorato del Papa per la liberazione e il rispetto dei diritti di questi profughi eritrei, etiopi, sudanesi e somali facciano i necessari passi diplomatici sul governo egiziano, affinché quest'ultimo reagisca per salvare la vita di centinaia di profughi e rifugiati nelle mani dei predoni del deserto.
Sta sera scade il secondo ultimatum dato dai sequestratori ai profughi, non sappiamo cosa potrà accadere allo scadere di questo ultimatum, sollecitiamo le autorità egiziane ad intervenire il più presto possibile.
Don Mussie Zerai



We are grateful to the Pope, who wanted to remember in his prayers, calling on the international community to respect the rights of refugees and displaced persons.
We hope that the Pope's appeal is accepted by international authorities, in particular, the Egyptian government, the only one who can intervene for the liberation of Eritrean refugees seized in the Sinai desert, in chains for more than a month. The accounts sent to us are serious, most of all pregnant women forced to suffer hunger and thirst, even at great risk to the fetus. The injured people from the continuous beatings they need medical care, there are many others who are sick debilitated by hunger and ill-treatment continued.
We hope that the European states accepting the Pope's urgent appeal for the liberation and respect the rights of these displaced Eritreans, Ethiopians, Sudanese and Somalis make the necessary diplomatic steps on the Egyptian government, until a fourth-last to react to save the lives of hundreds of refugees and displaced persons in the hands of marauders of the desert.
She ends the second week ultimatum given by the kidnappers to refugees, we do not know what will happen on the expiry of this ultimatum, we urge the Egyptian authorities to intervene at the earliest opportunity.
Fr. Mussie Zerai

Sua Santità Benedetto XVI riceve in udienza la Comunità del Pontificio Collegio Etiopico


Benedetto XVI alla comunità del Pontificio Collegio Etiopico in Vaticano

La santità dei sacerdoti
segno di speranza per la Chiesa


La santità dei sacerdoti come segno di speranza per la Chiesa e per il mondo è stata proposta dal Papa alla comunità del Pontificio Collegio Etiopico in Vaticano, durante l'udienza svoltasi sabato mattina, 29 gennaio, nella Sala dei Papi. L'occasione è stata la ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della morte di san Giustino De Jacobis, del quale Benedetto XVI ha illustrato l'esemplarità. Questo il discorso.

Cari fratelli e sorelle!
Sono lieto di accogliervi per la felice circostanza del 150° anniversario della nascita al Cielo di san Giustino De Jacobis. Saluto cordialmente ciascuno di voi, cari sacerdoti e seminaristi del Pontificio Collegio Etiopico, che la Divina Provvidenza ha posto a vivere vicino al sepolcro dell'Apostolo Pietro, segno degli antichi e profondi legami di comunione che uniscono la Chiesa in Etiopia ed in Eritrea con la Sede Apostolica. Saluto in modo speciale il Rettore, Padre Teclezghi Bahta, che ringrazio per le cortesi espressioni con cui ha introdotto il nostro incontro, ricordando le diverse e significative circostanze che lo hanno suggerito. Vi accolgo oggi con particolare affetto e, insieme a voi, mi è caro pensare alle vostre comunità di origine.
Vorrei ora soffermarmi sulla luminosa figura di san Giustino De Jacobis, del quale avete celebrato il significativo anniversario lo scorso 31 luglio. Degno figlio di san Vincenzo de' Paoli, san Giustino visse in modo esemplare il suo "farsi tutto a tutti", specialmente al servizio del popolo abissino. Inviato a trentotto anni dall'allora Prefetto di Propaganda Fide, il Cardinale Franzoni, come missionario in Etiopia, nel Tigrai, lavorò prima ad Adua e poi a Guala, dove pensò subito a formare preti etiopi, dando vita ad un seminario chiamato "Collegio dell'Immacolata". Con il suo zelante ministero operò instancabilmente perché quella porzione di popolo di Dio ritrovasse il fervore originario della fede, seminata dal primo evangelizzatore san Frumenzio (cfr. PL 21, 473-80). Giustino intuì con lungimiranza che l'attenzione al contesto culturale doveva essere una via privilegiata sulla quale la grazia del Signore avrebbe formato nuove generazioni di cristiani. Imparando la lingua locale e favorendo la plurisecolare tradizione liturgica del rito proprio di quelle comunità, egli si adoperò anche per un'efficace opera ecumenica. Per oltre un ventennio il suo generoso ministero, sacerdotale prima ed episcopale poi, andò a beneficio di quanti incontrava e amava come membra vive del popolo a lui affidato.
Per la sua passione educativa, specialmente nella formazione dei sacerdoti, può essere giustamente considerato il patrono del vostro Collegio; infatti, ancora oggi questa benemerita Istituzione accoglie presbiteri e candidati al sacerdozio sostenendoli nel loro impegno di preparazione teologica, spirituale e pastorale. Rientrando nelle comunità di origine, o accompagnando i connazionali emigrati all'estero, sappiate suscitare in ciascuno l'amore a Dio e alla Chiesa, sull'esempio di san Giustino De Jacobis. Egli coronò il suo fecondo contributo alla vita religiosa e civile dei popoli abissini con il dono della sua vita, silenziosamente riconsegnata a Dio dopo molte sofferenze e persecuzioni. Fu beatificato dal Venerabile Pio XII il 25 giugno 1939 e canonizzato dal Servo di Dio Paolo VI il 26 ottobre 1975.
Anche per voi, cari sacerdoti e seminaristi, è tracciata la via della santità! Cristo continua ad essere presente nel mondo e a rivelarsi attraverso coloro che, come san Giustino De Jacobis, si lasciano animare dal suo Spirito. Ce lo ricorda il Concilio Vaticano II che, tra l'altro, afferma: "Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor 3, 18), Dio manifesta vivamente agli uomini la sua presenza ed il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla e ci mostra il contrassegno del suo Regno" (Cost. dog. Lumen gentium, 50).
Cristo, l'eterno Sacerdote della Nuova Alleanza, che con la speciale vocazione al ministero sacerdotale ha "conquistato" la nostra vita, non sopprime le qualità caratteristiche della persona; al contrario, le eleva, le nobilita e, facendole sue, le chiama a servire il suo mistero e la sua opera. Dio ha bisogno anche di ciascuno di noi "per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù" (Ef 2, 7). Nonostante il carattere proprio della vocazione di ciascuno, non siamo separati tra di noi; siamo invece solidali, in comunione all'interno di un unico organismo spirituale. Siamo chiamati a formare il Cristo totale, un'unità ricapitolata nel Signore, vivificata dal suo Spirito per diventare il suo "pleroma" e arricchire il cantico di lode che Egli innalza al Padre. Cristo è inseparabile dalla Chiesa che è il suo Corpo. È nella Chiesa che Cristo congiunge più strettamente a sé i battezzati e, nutrendoli alla Mensa eucaristica, li rende partecipi della sua vita gloriosa (cfr. Lumen gentium, 48). La santità si colloca quindi nel cuore stesso del mistero ecclesiale ed è la vocazione a cui tutti siamo chiamati. I Santi non sono un ornamento che riveste la Chiesa dall'esterno, ma sono come i fiori di un albero che rivelano la inesauribile vitalità della linfa che lo percorre. È bello contemplare così la Chiesa, in modo ascensionale verso la pienezza del Vir perfectus; in continua, faticosa, progressiva maturazione; dinamicamente sospinta verso il pieno compimento in Cristo.
Cari sacerdoti e seminaristi del Pontificio Collegio Etiopico, vivete con gioia e dedizione questo periodo importante della vostra formazione, all'ombra della cupola di San Pietro: camminate con decisione sulla strada della santità. Voi siete un segno di speranza, specialmente per la Chiesa nei vostri Paesi di origine. Sono certo che l'esperienza di comunione vissuta qui a Roma vi aiuterà anche a portare un prezioso contributo alla crescita e alla pacifica convivenza delle vostre amate Nazioni. Accompagno il vostro cammino con la mia preghiera e, per intercessione di san Giustino De Jacobis e della Vergine Maria, vi imparto con affetto la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri alle Suore di Maria Bambina, al Personale della Casa e a tutte le persone a voi care.



(©L'Osservatore Romano - 30 gennaio 2011)

martedì 3 agosto 2010

Appello: Date Asilo ai profughi Eritrei bloccati in Libya

Rinnoviamo il nostro appello a favore dei richiedenti asilo
politico bloccati in Libya. Chiediamo che venga trovata una reale soluzione al problema, con un progetto di reinsediamento dei rifugiati e bisognosi di protezione internazionale in Europa.

La situazione attuale dei 400 eritrei e di circa 3000 tra Somali, Sudanesi, Etiopi ed Eritrei bloccati dal muro di gomma voluto dall'Europa, è una condizione di totale abbandono, gente che sopravive accettando lavoro che gli riduce a nuovi schiavi, donne costrette a prostituirsi, situazioni non più tollerabili di degrado della dignità umana.

La sorte che ha toccato gli Eritrei "liberati" dal carcere di
Al-Braq, quella di vivere la vita da barboni con un permesso di soggiorno per tre mesi in mano. Tra tre mesi torneranno clandestini, perché non potranno presentare un documento di riconoscimento rilasciato dalle autorità del paese di origine. Ecco perché chiediamo una soluzione vera al problema di questi richiedenti asilo politico eritrei, somali, sudanesi, etiopi.

Torniamo a chiedere all'Italia di fare il primo passo offrendo a queste persone un'accoglienza nel su territorio, almeno a quelle persone che gli e stato negato l'ingresso in Italia, che sono state riconsegnate dalle autorità italiane a quelle libiche come ha confermato lo stesso ministro libico, 250 eritrei sono state riconsegnate dai militari italiani a quelli libici.

Sappiamo che l'Italia può mostrare il suo volto più umano, lo ha gai fatto anche in passato accogliendo circa 130 eritrei con il programma di reinsediamento dalla Libya.

Questa esperienza positiva che da un ingresso legale, protetto ai richiedenti asilo politico, cosi non sono costretti ad affidarsi nelle mani dei trafficanti è rischiando la vita nel mare.

Il mediterraneo è già un cimitero a cielo aperto per centinaia di migranti, ricordiamo quello accaduto un anno fa che morirono 73 eritrei nel indifferenza totale dei paesi che si affacciano nel mediterraneo, in particolare di quelli che hanno il compito di pattugliamento congiunto, in primis Frontex che dovrebbe prevenire rischi del genere, non ha fatto nulla per salvare quelle vite umane. Un anniversario doloroso per noi che abbiamo visto morire i nostri connazionali giovanissimi, con tanta voglia di vivere, di speranza in una nuova vita da costruire in Europa, sognando libertà, democrazia e benessere.

Aprite una porta !!! Chi è disperato, chi fugge da persecuzioni, guerre, catastrofi naturali possa entrare trovare rifugio.

don. Mussie Zerai

La verità di sugli eritrei “liberati” da Gheddafi. Intervista a Mussiè Zerai | Diritto di critica

Diritto di critica FOCUS: Diritto di Critica racconta le condizioni in cui sono ridotti a vivere gli eritrei “liberati” da Gheddafi. Intervista a Mosé Zerai - di Erica Balduzzi ed Emilio Fabio Torsello

www.dirittodicritica.com
Stranded alle pendici del deserto libico, dimenticati dalla comunità internazionale e costretti a vivere in mezzo a una strada. Dopo la “liberazione” ufficiale decisa dal governo libico di circa tremila migranti rinchiusi nelle carceri di Gheddafi, Diritto di Critica torna sulla questione e intervis...

mercoledì 21 luglio 2010

Rilasciati gli Eritrei di Al- Braq

Il 17 luglio sono stati rilasciati i 205 eritrei che erano rinchiusi nel carcere militare di Braq e che poi erano stati spostati. In mano, hanno un permesso di soggiorno valido tre mesi. Poi torneranno nella clandestinità.

«Cosa accadrà fra tre mesi quando il permesso di soggiorno scadrà?» chiede padre Mussie Zerai, direttore a Roma dell’organizzazione non governativa Habeshia ed eritreo come la gran parte dei migranti rilasciati dal centro di Braq. Nel fine settimana, dopo la loro liberazione, padre Mussie ha parlato con diversi di loro. Dice che i permessi di soggiorno concessi da Tripoli consentono alla Libia e all’Italia di «abbassare la tensione» su una vicenda scomoda, della quale si erano finalmente occupati anche agenzie di stampa e giornali nazionali.

Secondo l’ambasciatore libico a Roma, Hafed Guddur, gli oltre 200 profughi eritrei liberati dal centro nella regione di Sabha «potranno reinserirsi nel tessuto sociale trovando lavoro e alloggio». Il direttore di Habeshia, però, sottolinea che allo scadere dei tre mesi i migranti rischiano di tornare a essere «clandestini» in un paese dove non possono neanche presentare domanda di asilo politico. «L’unica soluzione – sostiene padre Mussie – è il reinsediamento degli eritrei in Italia o comunque in Europa, dove è rispettata la Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati».

Sabato, dopo il rilascio dei migranti, diversi organismi impegnati nella difesa dei diritti umani avevano sottolineato l’importanza che non fossero state decise deportazioni in Eritrea. Un fatto positivo anche secondo padre Mussie, che però avverte: «L’Europa ha costruito un muro senza porte, che tiene fuori perfino i migranti in fuga da conflitti o regimi autoritari, dalla Somalia, dall’Eritrea o dal Darfur».

Anche per Christopher Hein, direttore del Centro italiano per i rifugiati [Cir], «la vicenda non è chiusa, è vero, ma almeno nell’immediato i migranti sono in libertà e non rischiano una deportazione». Secondo Hein gli interrogativi da sciogliere restano molti, soprattutto perché i migranti sono «richiedenti asilo in un paese che non riconosce la condizione di rifugiato». In Libia, ricorda il direttore di Cir, l’ufficio dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati [Acnur/Unhcr] opera a regime molto ridotto e il lavoro degli organismi internazionali resta difficile nonostante negli ultimi anni ci siano state alcune aperture. In questo contesto, segnato da negoziati e tensioni diplomatiche, si è inserito nel fine settimana l’annuncio dell’ambasciatore di Tripoli in Italia sulla chiusura dei 18 centri di detenzione per migranti in territorio libico. «In queste strutture – dice Hein – erano prigionieri circa 4 mila migranti, una chiusura segnalerebbe un cambiamento di politica rilevante».

Aiuta a capire una testimonianza rilasciata da Lawrence Hart, responsabile a Tripoli dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni [Oim], secondo il quale non bisogna parlare di «chiusura» ma di «sanatoria».
«Le strutture si sono svuotate e agli ex detenuti sono stati dati permessi di soggiorno di due o tre mesi – sottolinea Hart – ma negli ultimi giorni i fermi di migranti sono continuati, sia sulla terraferma che in mare». Secondo il Cir almeno 11 degli eritrei deportati nel centro di Braq erano stati respinti dalla Marina militare italiana mentre cercavano di raggiungere l’isola siciliana di Lampedusa su imbarcazioni di fortuna.

Fonti della Misna in Libia leggono le liberazioni del fine settimana nel quadro dei complessi rapporti tra Tripoli e l’Europa: «È come dire ‘noi non ce la facciamo’, che è facile criticare senza assumersi responsabilità in termini di accoglienza».