don. Mosè

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Roma, Italy
Sono Sacerdote Eritreo. Vivo in Italia dal 1992 Attualmente studio alla Pontificia Università Urbaniana Mi occupo dei diritti dei migranti, inparticolare dei richiedenti asilo politico e Rifugiati politici. Sono impegnato a favore dei diritti umani e civili degli Eritrei ed Etiopi.

mercoledì 13 agosto 2008

L’Europa costruisce muri,

e l’Italia è la prima a mettere mattoni
martedì 18 dicembre 2007, 13.07.10 | Marzia Coronati
Mussie Zerai, eritreo che vive a Roma da più di 15 anni, è il responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani. Dal viaggio alla casa al lavoro ai documenti, Mussie racconta le difficoltà di una persona che arriva in Italia dall’Africa.


Mussie Zerai, dell’associazione Habesha, è a Roma dal 1992. Quando è arrivato in Italia dal suo paese, l’Eritrea, possedeva un visto regolare e il viaggio lo ha fatto a bordo di un aereo.

Oggi, ci racconta Mussie, qualsiasi eritreo che vuole raggiungere l’Europa deve prima di tutto attraversare la frontiera tra Eritrea e Sudan. , dice Mussie.

Una volta in Sudan, gli eritrei si ritrovano spesso abbandonati a se stessi, l’unica cosa su ui possono contare è la solidarietà, nella speranza che chi è partito prima di loro li ospiti sotto un tetto così da raccimolare qualche soldo per continuare il viaggio. Spesso il governo sudanese, di concerto con quello eritreo, organizza delle retate per rimpatriare i migranti. Le persone in Sudan non si sentono sicure e sono incentivate a proseguire il viaggio verso Nord. , continua Mussie.

Dopo il Sudan, l’ostacolo successivo è il deserto. Un’insidia gigante, . Molti di loro vengono presi dai militari e trattenuti in una delle 21 carceri della Libia, finanziate anche dal governo italiano, dopo essere stati ripuliti di tutto quello che hanno. Anche qui si conta sulla solidarietà di parenti e amici per farsi finanziare la liberazione e il proseguo del viaggio, cioè la traversata del Mediterraneo.

Quando le persone giungono in Italia, il primo trauma è l’impatto con i Cpt, i centri di permanenza temporanea dove vengono rinchiusi e privati della loro libertà, proprio loro che sono venuti a cercare la libertà. E’ per questo che i suicidi sono oati all’interno di queste strutture.

Il problema italiano è che non c’è un sistema di accoglienza nazionale, manca una legge organica sul diritto di asilo. , spiega Mussie .

Oggi ci sono delle esperienze pilota, ma sono ancora insufficienti e poco funzionali. Ancora non si è creata una rete di accoglienza nazionale, in cui ogni comune dia la disponibilità di quante persone può accogliere, cosicchè i centri di permanenza abbiano già una mappa dei posti disponibili dove mandare le persone.

A Roma gran parte degli africani vivono in case occupate, ad esempio alla Romanina. Qui in un palazzo di sette piani che era stato affittatto del comune per essere messo a disposizione per eritrei, etiopi, somali e sudanesi vivono circa 600 persone. Era stato presentato un progetto, in collaborazione con il X municipio, per creare un centro di seconda accoglienza, ci ha spiegato Mussie, dove si sarebbero potuti offrire corsi professionali e di lingua per accompagnare i migranti alla autonomia. Questo progetto non è stato totalmente approvato dal comune, che ha proposto di trasferire le persone in altre strutture, ma i migranti hanno rifiutato perchè sono stanci di essere traferiti da un centro a un altro, in posti che più che case sembrano ghetti.

Anche l’accesso al mondo del lavoro è complicato. , ci dice Mussie, .

Indietro, in Africa non torna quasi nessuno, perchè la situazione attualmente non lo permette. Degli eritrei, quasi nessuno vorrebbe fermarsi in Italia, ma tutti la vedono come nazione di passaggio, per andare altrove: in Inghilterra o nei paesi scandinavi per esempio, perchè in Italia non trovano le possiblità di vita che avevano sognato. L’accordo di Dublino prevede che il primo paese in cui si approda è quello che ti deve ospitare. Chi prova ad andarsene dopo avere registrato le proprie impronte digitali in Italia, viene rimandato indietro , ci ha raccontato Mussie.

In più oggi l’Europa, come si è detto anche al recente incontro ull’Africa tenutosi a Lisbona, sta capendo come fare per bloccare gli arrivi, mentre i migranti chiedono di portare avanti un programma di settlement, come accade in altri paesi come l’Australia, perchè le persone che fuggono da guerre o situazioni a rischio vengano accolte nel paese di primo o di secondo approdo.

conclude Mussie.
Commenti
Una telefonata con un detenenuto in un carcere libico
martedì 18 dicembre 2007, 11.36.15 | Marzia Coronati
“Non vediamo la luce del sole da mesi.. Siamo stati portati fuori, spogliati nudi e picchiati”. Inizia così l’intervista a uno dei 500 migranti detenuti nel centro di detenzione di Zawiyah. Un documento esclusivo - prodotto da Fortress Europe, Agenzia Habeshia e Radio Parole - che documenta le condizioni degradanti in cui decine di migliaia di migranti e rifugiati sono arrestati e detenuti in Libia. Il loro reato? Essere candidati all’immigrazione clandestina verso la Sicilia.

"Morire di carcere": dossier maggio 2006

Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose



Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di maggio registra 8 nuovi casi: 6 suicidi e 2 morti per malattia.



Nome e cognome
Età
Data morte
Causa morte
Istituto

Domenico Libri
72 anni
01 maggio 2006
Malattia
Secondigliano (NA)

Habteab Eyasu
36 anni
14 maggio 2006
Suicidio
Civitavecchia (RM)

Luca Carroccia
37 anni
15 maggio 2006
Suicidio
Rebibbia (RM)

Lucio Addeo
44 anni
20 maggio 2006
Suicidio
Secondigliano (NA)

Maurizio Ciccatelli
34 anni
20 maggio 2006
Suicidio
Volterra (SI)

Pino Lorenzo
46 anni
23 maggio 2006
Suicidio
Secondigliano (NA)

Detenuto italiano
50 anni
30 maggio 2006
Suicidio
Iglesias (CA)

Filippo Benevolenza
65 anni
31 maggio 2006
Malattia
Pisa




Assistenza sanitaria disastrata: 1 maggio 2006, Carcere di Secondigliano (Napoli)



Domenico Libri, 72 anni, muore nel centro clinico del carcere di Secondigliano (Napoli), dov’era detenuto da marzo. Domenico Libri era ammalato da tempo e stava scontando una condanna definitiva all’ergastolo. Era tornato in carcere dallo scorso primo marzo perché, mentre si trovava agli arresti domiciliari per via della malattia terminale che lo aveva colpito, era stato coinvolto nell’indagine della Guardia di Finanza di Reggio Calabria denominata "Rifiuti Spa", una storia relativa ad appalti in odore di mafia di alcune discariche esistenti a Reggio Calabria. Per questo il Gip di Reggio aveva emesso nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, motivata dal pericolo che l’uomo inquinasse le prove. Prima di tornare in carcere aveva trascorso alcuni anni ai domiciliari, perché il Tribunale di sorveglianza di Firenze gli aveva concesso la libertà perché "in gravi condizioni di infermità fisica". (Apcom, 3 maggio 2006)



Suicidio: 14 maggio 2006, Carcere di Civitavecchia



Habteab Eyasu, 36 anni, eritreo, si uccide impiccandosi in una cella di isolamento della Casa Circondariale di Civitavecchia. Il giovane si trovava nel carcere di contrada Aurelia da circa due mesi, rinchiuso nella sezione di Alta Sicurezza. A seguito violento litigio con due compagni (che sono tuttora ricoverati in ospedale) era stato isolato in una cella appositamente predisposta, ma dopo soli venti minuti l’agente in servizio l’ha trovato impiccato.



Roma: suicidi in carcere, protesta comunità dei rifugiati eritrei



Corriere della Sera, 9 giugno 2006



Uno è morto nel carcere di Civitavecchia; un altro, un mese e mezzo prima, in cella a Catanzaro. Più di 300 eritrei hanno manifestato ieri davanti al ministero della Giustizia per chiedere il conto di questi suicidi tra le sbarre. "Hanno promesso che faranno il possibile per chiarire cosa è successo", spiega Mussie Zerai, presidente dell’associazione Selam, uno dei membri della delegazione che è stata ricevuta.

Asmelash Merhawui, 28 anni, si è impiccato nel Carcere di Catanzaroil 26 febbraio scorso. È stato sepolto senza nemmeno avvertire la famiglia, che ora, dubitando del suicidio, vuole la riesumazione della salma. Il 14 maggio è toccato a Eyasu Habteab, 36 anni, in isolamento per una rissa, il giorno prima, con un altro detenuto. L’immigrato, rifugiato politico, era in carcere per associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, immigrazione clandestina. Ma, secondo i congiunti e la comunità eritrea, era stato fermato in circostanze poco chiare.

L’inchiesta della procura di Civitavecchia ha stabilito che Habteab si è impiccato. Ma per l’avvocato Luca Santini i punti da chiarire sono altri: "Perché era stato arrestato? E perché, vista l’aggressività del giorno precedente, non era sorvegliato?". "L’amministrazione penitenziaria è tranquilla", ribatte il direttore del carcere, Giuseppe Tressanti. Ma la zia Sara Tseghe Paulos insiste: "Vogliamo la verità, Eyasu era venuto in Italia per vivere, non per morire.



Roma: rifugiati eritrei; chiarezza sulla morte di Habteab



Redattore Sociale, 9 giugno 2006



Manifestazione della comunità eritrea a Roma davanti al ministero della giustizia: un centinaio di persone per chiedere che il guardasigilli faccia chiarezza sulla misteriosa morte di Habteab Eyasu, 37 anni, rifugiato in Italia da 3 anni, sposato con due bambini, trovato morto in cella di isolamento lo scorso 14 maggio nel carcere di Civitavecchia. Sul tavolo anche il caso della morte un mese fa a Catanzaro di un altro detenuto eritreo. Ufficialmente entrambi si sono impiccati, ma le foto scattate dai familiari al cadavere di Habteab sembrano smentire la versione delle autorità.

Dopo aver visto ematomi e ferite sul volto e sulle braccia del cadavere, la famiglia ha incaricato un avvocato - Luca Santini - di verificare l’attendibilità della versione ufficiale dei fatti. La richiesta è arrivata quando l’autopsia era già stata effettuata, su disposizione dell’autorità giudiziaria di Civitavecchia, che in questi casi può non consultare i parenti. L’avvocato ha quindi chiesto che un medico, il dottor Caringi Cristiano, potesse verificare il tipo di lesioni osservate dai familiari di Habteab. I segni dell’impiccamento ci sarebbero, la vertebra cervicale è rotta. Ma è anche vero che dopo due settimane dall’autopsia non si può capire se la rottura della cervicale sia stata provocata per creare ad arte la scena del suicidio. La ferita alla nuca invece sarebbe stata provocata dagli esami necrologici per verificare le cause di morte. "Nelle verifiche non sono emersi elementi sufficienti a dubitare del suicidio" secondo l’avvocato, il referto ufficiale dell’autopsia non arriverà prima di metà luglio, ma quel che è certo è che non si rifarà.

Le foto mostrano segni di maltrattamento sul corpo di Habteab. Secondo indiscrezioni questi sarebbero stati causati da una colluttazione avvenuta il giorno prima del decesso con un altro detenuto, su cui è in corso un’indagine dei carabinieri. Quest’ultimo sarebbe stato medicato per la rottura del setto nasale, ma nulla si sa su quanto accaduto successivamente a Habteab, se non che è stato subito trasferito in cella di isolamento. Ecco i primi motivi di perplessità. L’isolamento non può essere disposto senza un previo parere medico-psicologico, che verifichi la capacità della persona di sopportare uno stress ulteriore a quello della detenzione. Ancora non è chiaro se il parere sia stato dato o meno, ma ad ogni modo - visti i risultati - l’intervento non è stato sufficientemente pesato. E comunque in questi casi è buona norma togliere dalla cella tutti gli oggetti con cui è possibile procurarsi lesioni, quindi anche le lenzuola. Per gli agenti del carcere di Civitavecchia si presenta quindi l’ipotesi di responsabilità di omissione e di mancata vigilanza. Oltretutto l’istituto penale non è nuovo ad episodi simili: il 15 settembre 2004 si impiccava M.C., polacco, 45 anni, e un anno dopo, il 31 marzo 2005, moriva nello stesso modo un detenuto rumeno di 30 anni. Inoltre "ci sono spesso episodi di autolesionismo, a volte gravi", si legge nel rapporto dell’Associazione Antigone, a riprova delle dure condizioni di questa casa circondariale.

Ma le perplessità del caso riguardano anche l’arresto e l’interrogatorio. Habteab era accusato dalla Procura di Crotone - sulla base di alcune intercettazioni telefoniche - di associazione a delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e riduzione in schiavitù. Il suo arresto è avvenuto all’aeroporto di Fiumicino, ma ancora non è chiaro se sia stato arrestato in Inghilterra su mandato europeo o se dall’Inghilterra sia stato espulso e poi identificato alla frontiera italiana. Durante l’interrogatorio a Civitavecchia Habteab non ha avuto la possibilità di parlare nella sua lingua, il tigrino. L’interprete era di nazionalità etiope e i due comunicavano in inglese, una lingua che Habteab conosceva poco bene. Habteab si era comunque dichiarato innocente nel merito delle accuse, sebbene ammettesse di conoscere gran parte delle persone della presunta associazione su cui indagava Crotone. Insomma il materiale per riaprire il caso non manca. Per questo una delegazione dei manifestanti questa mattina è stata ricevuta da Stefano Anastasia, capo segreteria del sottosegretario alla giustizia Luigi Manconi, e gli ha chiesto che il Ministero apra un’indagine sul caso. "Tra 10 giorni - promettono i manifestanti - torneremo a chiedere conto dei fatti".



Roma: lettera al Parlamento da comunità dei rifugiati eritrei



Ristretti Orizzonti, 9 giugno 2006



Onorevoli Senatori e Deputati,

la comunità dei rifugiati Eritrei, ha indetto una manifestazione per giovedì 08.06.2006 ore 9.00 davanti al ministero della grazie e giustizia. Dopo le recenti arresti e morti in carcere di Civitavecchia e Crotone, di due cittadini Eritrei in circostanze poco chiare per noi, abbiamo ritenuto opportuno fare questa manifestazione per sollecitare una inchiesta ministeriale che accerti la verità dei fatti, sul perché queste persone si trovavano in carcere, su quali prove ci sono a carico di questi ultimi, perché e come sono morti in carcere, a distanza di un mese l’uno dall’altro? Ci risulta che di recente è morto nel carcere di Civitavecchia anche un cittadino Nigeriano: come si spiegano tute queste morti a distanza di pochi giorni? Chiediamo la solidarietà e il sostegno di tutti affinché venga fatta piena luce su questa vicenda. Grazie per la vostra attenzione.



Mosè Zerai, Presidente dell’Agenzia Habeshia

Via Casilina, 634 - 00177 Roma

Tel. 06.2411405 - Fax. 06.24304412 - Cell. 3384424202



Civitavecchia: troppi misteri sulla morte del detenuto eritreo



Il Manifesto, 9 giugno 2006



Nelle fotografie scattate all’ospedale di Civitavecchia Habteab Eyasu ha un ferita in fronte, e dietro la nuca una grande macchia rossa di sangue. Sara Tseghe Paulous, sua zia, arrivata appositamente dall’Arabia Saudita, mostra il cadavere del nipote e dice a chiare lettere: "Io ora voglio sapere cosa è accaduto. Non credo che si sia suicidato. Perché chi si suicida non ha queste ferite in faccia".

Habteab era eritreo e aveva 37 anni. Domenica scorsa è morto nella casa circondariale di Civitavecchia, dove era stato rinchiuso in seguito a un’espulsione dall’Inghilterra. "Ormai viveva in Italia da quasi tre anni - racconta un suo amico eritreo - siamo arrivati insieme con la barca a Lampedusa, poi siamo passati per il cpt e per il centro di accoglienza. Abbiamo ricevuto tutti e due lo status di rifugiato". Subito dopo, Habteab si è spostato a Bologna. Tre mesi fa ha avuto una bambina dalla sua compagna, Nasthinet, anche lei eritrea e rifugiata in Italia.

Ha deciso che doveva guadagnare di più, che doveva trovare un lavoro migliore e ha tentato la carta dell’Inghilterra, come fanno in molti. Ma da Londra è stato rimandato in Italia, ed è finito in carcere, forse a causa di qualche precedente pendenza penale. Non si sa con precisione, perché i suoi amici, i suoi parenti, la sua compagna non lo sentivano ormai da qualche giorno e erano piuttosto preoccupati. Finché l’amico che ha condiviso con lui l’esperienza del viaggio, riceve una telefonata dal Comune di Crotone martedì 16 maggio: "Mi comunicano che Habteab è morto il 14 maggio, in carcere, a Civitavecchia. Non ci capivo niente, ho avvertito i suoi parenti e mi sono precipitato a Roma". La notizia, inizialmente, è che Habteab si è suicidato, impiccandosi.

Ma quando, l’altro ieri, gli amici e i parenti si sono recati nell’ospedale di Civitavecchia per vedere la salma, sono rimasti a bocca aperta: Habteab presentava delle chiare lesioni in viso. E secondo quanto riferito da un medico, ci sarebbero anche lesioni sul resto del copro, che però non è stato mostrato ai parenti. Non sapendo che fare, gli amici hanno iniziato a scattare fotografie e ieri si sono messi in contatto con un avvocato.

Ieri, nel centro autogestito di via Collatina - occupato da un gruppo di immigrati e da Action dopo la "cacciata" dal famoso "Hotel Africa" della Tiburtina - è stata allestita una specie di camera ardente, anche se la salma non c’è perché è rimasta in ospedale. La zia, con il velo nero, sta seduta su una sedia, Nasthinet coccola la figlia, lungo le pareti amici di vecchia data di Habteab e i suoi parenti arrivati da Milano, Bologna, Crotone. La signora Sara è una donna che gira il mondo.

È una suora laica delle "Figlie di S. Anna", istituite alla fine dell’800 dalla beata genovese Anna Rosa Gattorno. Racconta di aver parlato con il personale della casa circondariale: "Prima mi hanno detto che si è impiccato con un lenzuolo, poi con un cordone. Mi hanno detto che era solo nella cella, lo avevano spostato perché aveva litigato con un altro detenuto. Io gli ho detto che chi si impicca non si spacca la testa. Loro mi hanno risposto che quando hanno tagliato il cordone il corpo è caduto e ha sbattuto a terra. Ma allora perché aveva una ferita anche dietro la nuca?".

Domande inquietanti, tanto più che la casa circondariale di Civitavecchia non è nuova a tristi episodi di cronaca. Una lunga scia di suicidi, a volte misteriosi, sovraffollamento e mancanza di personale. Il senatore di Rifondazione comunista Francesco Martone ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla morte di Habteab: "Una vicenda allarmante che pone di nuovo all’attenzione la casa circondariale di Civitavecchia per il triste primato di decessi in carcere. Una struttura che è più una casa di Reclusione che una Circondariale, con problemi gravi e cronici che rendono gravoso per molti aspetti il clima complessivo dell’istituto".



N.d.R. Per chi volesse approfondire questo caso, avvertiamo che in redazione abbiamo la fotografia del corpo di Habteab Eyasu al termine dell’autospia. La fotografia è stata fornita dai famigliari con la specifica richiesta di sollecitare un’indagine sulla morte del loro congiunto.



Suicidio: 15 maggio 2006, Carcere di Rebibbia (Roma)



Luca Carroccia, 37 anni, si uccide nella sezione "Alta Sicurezza" di Rebibbia Nuovo Complesso. Piuttosto fragile psicologicamente, l’uomo era stato comunque rinchiuso in una cella di isolamento.

Aveva due figli ed era reduce da alcuni ricoveri sanitari per problemi di grave depressione. Era tornato in carcere a metà aprile, per aver infranto le regole della misura alternativa al carcere per ragioni sanitarie di cui godeva: era stato trovato "fuori percorso stabilito" mentre andava a trovare i figli che vivono con la madre da cui era separato. A Rebibbia era nel G12, il reparto di "Alta Sicurezza" e da lì, per una banale lite nell’ora d’aria, Carroccia era stato trasferito in isolamento. Il garante regionale dei detenuti, Angelo Marroni denuncia queste morti da carcere e si chiede perché mai un uomo con crisi depressive fosse in isolamento e non in infermeria. "Il suo posto - dice Marroni - avrebbe dovuto essere il G14 e non una cella chiusa con lo spioncino chiuso". (Corriere della Sera, 24 maggio 2006)



Suicidio: 20 maggio 2006, Carcere di Secondigliano (Napoli)



Lucio Addeo, 44 anni, si uccide in cella. "Anna, bada ai bambini, lo farò anch’io a mio modo": è il disperato testamento di un padre sussurrato alla moglie incinta del terzo bimbo nel parlatorio del carcere di Secondigliano. Lucio Addeo, di Palma Campania, incensurato, titolare di una delle più floride aziende di frutta secca, è stato trovato due giorni fa a ora di pranzo con un lenzuolo stretto alla gola. Si è impiccato nella cella in cui era recluso da solo perché accusato di tentata estorsione per conto del clan Cava, un gruppo criminale attivo nella zona del Vallo di Lauro. Lui si era sempre proclamato innocente, anzi aveva spiegato di essere stato lui vittima di degli estorsori del clan.

La famiglia ora sta valutando di sottoporre il suo caso all’attenzione del ministero della giustizia. "Si è ucciso per dimostrare a tutti che era una persona pulita - spiega la moglie Anna Imblema - per dare un futuro ai figli. La vergogna di essere accusato di essere vicino alla camorra lo aveva portato alla disperazione. Ultimamente mi ripeteva sempre di badare ai bambini e ora so cosa voleva dirmi".

Arrestato lo scorso 27 marzo era stato rinchiuso prima a Poggioreale e poi trasferito a Secondigliano. Il tribunale del riesame aveva respinto la richiesta di revoca della misura cautelare e così era rimasto dietro le sbarre. Non è riuscito a vedere i primi passi del più piccolino, di appena un anno, che pochi giorni fa ha cominciato a camminare da solo, non conoscerà mai il bambino che Anna porta in grembo.

"Ha sostenuto sette interrogatori - spiega il suo legale Carmine Del Genio - e il momento più duro è stato quello del confronto. Sentiva molto la pressione di questi lunghi incontri, non era abituato, come non era abituato al carcere. Ha spiegato tutto e aspettava che la giustizia gli andasse incontro, invece non è andata così. Anzi lo avevano messo in cella da solo".

La Dda fa sapere che gli interrogatori erano finiti solo sabato scorso, la vicenda non sembrava del tutto chiarita, non c’era nulla che facesse prevedere l’intenzione dell’indagato di suicidarsi e comunque nei giorni successivi non erano state presentate istanze di scarcerazione. Addeo era titolare della Ital Nocciole, un’azienda che, secondo quanto riferito dal legale di famiglia, fattura ogni anno decine di milioni di euro fornisce aziende di rilievo nazionale e internazionale come la "Ferrero" e la "Panforte Sapori". (Il Mattino, 22 maggio 2006)



Suicidio: 20 maggio 2006, Carcere di Volterra



Maurizio Cicatelli, 32 anni, si impicca in cella. Era stato trasferito dal carcere di Porto Azzurro a Volterra nel 2004. L’uomo soffriva di crisi depressive, anche se nell’ultimo anno si era sposato (il matrimonio era avvenuto lo scorso gennaio, con la donna che pochi anni prima gli aveva dato una bambina) e sembrava aver cominciato una nuova vita nonostante fosse costretto a restare in carcere ancora fino al 2012.

Cicatelli, originario di Battipaglia in provincia di Salerno, stava scontando una condanna definitiva per omicidio ed evasione per un fatto avvenuto diversi anni fa. Dopo la morte, che è stata scoperta da un agente di polizia penitenziaria, la salma è stata trasportata a Pisa all’istituto di medicina legale. Del suicidio è stata infatti informata l’autorità giudiziaria come sempre succede in questi casi. Sulla salma è stata già effettuata l’autopsia per accertare se la morte sia avvenuta per soffocamento. La notizia è stata tenuta molto riservata: delle attività di polizia giudiziaria si sono occupate le stesse guardie penitenziarie. (Il Tirreno, 24 maggio 2006)



Suicidio: 23 maggio 2006, Carcere di Secondigliano (Napoli)



Pino Lorenzo, 46 anni, si uccide impiccandosi in una cella del carcere di Secondigliano. Napoletano e padre di tre figli avrebbe finito di scontare la sua pena nel 2007. Sale così a due il numero dei detenuti che si sono suicidati in una sola settimana a Secondigliano. Il 18 maggio, infatti, Lucio Addeo, 44 anni di Palma Campania, incensurato, titolare di una delle più floride aziende di frutta secca, è stato trovato, verso ora di pranzo, con un lenzuolo stretto alla gola. Anche lui si è impiccato nella cella dove era recluso da solo perché accusato di tentata estorsione per conto di un clan. Addeo, tuttavia, si era sempre proclamato innocente, anzi aveva spiegato di essere lui stesso vittima degli estorsori del clan. Probabilmente alla base di un gesto così estremo c’era la vergogna per una carcerazione da lui ritenuta ingiusta.

Una storia molto diversa quella di Pino Lorenzo. Le porte di Poggioreale si erano aperte una prima volta per lui qualche anno fa ma, dopo tredici mesi di reclusione, era stato riconosciuto innocente del reato contestatogli ed era tornato in libertà. Ma solo per pochi mesi perché, in base alla legge ex Cirielli era stato nuovamente arrestato per un precedente reato, alla fine del 2005. A marzo aveva però lasciato Poggioreale, dove era seguito dallo staff medico del penitenziario per essere trasferito nella I sezione di Secondigliano.

Durante la detenzione i suoi problemi di salute si erano però aggravati. "È la cronaca di una morte annunciata - dice padre Fabrizio Valletti, gesuita, da anni assistente volontario alle carceri e che ha seguito Lorenzo durante la detenzione -. I suoi pur gravi problemi di salute erano infatti già noti come pure si era a conoscenza della sua volontà di togliersi la vita. Più volte infatti aveva tentato il suicidio. È grave non aver provveduto così come prevede l’ordinamento carcerario, a seguirlo con la dovuta attenzione. Magari avrebbero potuto essere adottate, date le sue condizioni provvedimenti alternativi". Dal carcere, però, nessuna dichiarazione sull’accaduto.

Nonostante i ripetuti tentativi di ottenere un commento sull’episodio, dall’istituto fino a tarda sera hanno risposto che non erano presenti responsabili abilitati a rilasciare dichiarazioni. A dare notizia della morte di Lorenzo è stata l’associazione Antigone Napoli che ha costituito un osservatorio nazionale sulle condizioni della detenzione. "È amaro constatare - dice il portavoce Dario Stefano Dell’Aquila - che si tratta di un fenomeno in aumento. Tre suicidi in pochi mesi rappresentano un fenomeno allarmante. Ci auguriamo che il ministro della Giustizia intervenga per interrompere questa triste contabilità". (Il Mattino, 26 maggio 2006)



Suicidio: 30 maggio 2006, Carcere di Iglesias (CA)



Detenuto italiano di 50 anni si uccide impiccandosi. L’uomo era stato trasferito nella casa circondariale di Iglesias dalla colonia penale di Mamone, in quanto era stato trovato in possesso di un telefonino. In questi casi la legge prevede una punizione severa.

Il detenuto - un sardo che doveva scontare solo un altro anno di pena - è stato rinchiuso per due mesi in cella di isolamento. Contro il provvedimento aveva immediatamente presentato reclamo e la direzione del carcere aveva dato parere favorevole perché uscisse dall’isolamento.

Il tribunale di sorveglianza aveva accolto l’istanza ma l’uomo era ormai fortemente provato dai mesi di detenzione dura. Dopo due giorni di regime normale, quando sembrava che stesse per riprendersi, si è tolto la vita. Inutile il tentativo disperato dei medici del carcere di salvarlo. (Agi, 1 giugno 2006)



Assistenza sanitaria disastrata: 31 maggio 2006, Carcere di Pisa



Filippo Benevolenza, 65 anni, muore nel Centro Clinico del carcere di Pisa. La notizia della sua morte viene diffusa dal sito internet www.informacarcere.it, che riceve la lettera di un compagno di detenzione di Filippo. Ecco alcuni stralci di questa lettera: "Di solito, a un fatto, viene consigliato premettere un’introduzione, ma mi è difficile farla quando a caldo vengo a sapere che questa notte, 31 maggio 2006, è deceduto Filippo, detenuto al Don Bosco di Pisa da oltre sei anni, su un totale di 16 anni per reati vari, ma non di sangue. Era ubicato al piano terra, io di fronte alla sua cella, mentre ora sono al piano di sopra. Avevo avuto modo di conoscerlo: più anziano di me, aveva 65 anni. Di modi gentili e educato, aveva gravi patologie cardiovascolari e aveva subito vari infarti. È morto per una banale operazione di ernia: evidentemente il suo fisico debellato da numerosi e gravi patologie non ha retto ad una semplice operazione. Di certo aveva tutti i requisiti per morire a casa, da uomo libero, invece la motivazione dell’ultimo rigetto all’istanza per ottenere la detenzione domiciliare recitava così: il Benevolenza Filippo può essere egregiamente curato presso il centro clinico Don Bosco di Pisa, fiore all’occhiello dei servizi ospedalieri carcerari…

Purtroppo la verità è ben diversa... il fiore all’occhiello menzionato nell’ordinanza si traduce in fiori di noi detenuti che per via del volontariato lasceremo sulla sua bara. Ciao Filippo, da cristiano che sono, sono certo che davanti al Giudice dove sei ora hai in tasca quella misericordia e perdono che il giudice di questa terra ti ha negato. Sono sempre più convinto che sarò veramente onesto quando vivrò in una società veramente giusta. Giuseppe, Carcere di Pisa. (www.informacarcere.it, 5 giugno 2006)

Libia, continua il calvario dei 600 eritrei detenuti a Misratah

5.09.2007
La Infinito edizioni riceve, da Gabriele Del Grande (fondatore di Fortress Europe e autore del libro Mamadou va a morire) e con piacere inoltra./i>
Continua il calvario degli eritrei detenuti a Misratah. Fortress Europe, insieme all'agenzia Habeshia, é riuscita a contattare i detenuti del carcere libico e denuncia nuovi arresti, tra cui molte donne e bambini. Ai 450 eritrei trattenuti da ormai oltre un anno, si sono aggiunte nell'ultimo mese circa 200 persone, arrestate in mare, al momento dell'imbarco o durante retate a Tripoli.
La situazione sanitaria é allarmante. Nel carcere sarebbero già tre i casi di tubercolosi. Un uomo é stato ricoverato a Tripoli, e un altro all'ospedale di Misratah. Mentre un terzo é stato riportato in carcere perché non c'erano più posti nell'ospedale della città. Essendo ancora ammalato, sta vivendo a strettissimo contatto con gli oltre 600 prigionieri ammassati l'uno sull'altro in camerate di sei metri per otto. Alta la preoccupazione per le oltre 100 donne e gli almeno 50 bambini, di cui due nati in carcere. E le elevate temperature della stagione estiva non fanno che peggiorare la situazione.
I detenuti rischiano tutti l'espulsione. Secondo indiscrezioni, la Libia avrebbe già un accordo con l'Eritrea, che comminerebbe gravi condanne ai richiedenti asilo, una volta consegnati ad Asmara, in quanto disertori delle forze armate di un Paese formalmente in guerra con l'Etiopia.
L'ufficio dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur) ha recentemente riconosciuto l'asilo politico a 49 delle donne detenute, con i rispettivi bambini, e sta facendo pressione sulla comunità internazionale per un resettlement delle donne.
Quattro Paesi hanno finora risposto, tra cui, interessante novità, l'Italia. Ma nessuno sa cosa sarà degli altri 550 eritrei, ormai prossimi all'espulsione. Centoquattordici di loro sono già rifugiati Acnur, riconosciuti nei campi profughi in Sudan ed Etiopia. Ma il loro status non li salverà. Paradossalmente, l'unica loro speranza sarebbe di essere espulsi nel deserto al confine con il Sudan, e sopravvivere alla marcia di ritorno, per poi ritentare la via del nord a partire da Kufrah e poi imbarcarsi di nuovo. Allo stato attuale infatti, l'Europa non offre vie migliori ai richiedenti asilo del Corno d'Africa.
Oltre 1.500 migranti irregolari sono stati arrestati in Libia nel mese di giugno 2007, e a maggio erano stati 2.137. La Libia ha già deportato eritrei, nel 2006 e prima ancora nel 2004, a più riprese, anche su un volo pagato dall'Italia. Il 27 agosto 2004 uno degli aerei venne dirottato dai deportati eritrei a Khartoum, in Sudan. 60 dei 75 passeggeri vennero riconosciuti rifugiati politici dall'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. In patria avrebbero fatto la fine dei 223 deportati da Malta tra settembre e ottobre del 2002. Tornati in Eritrea, furono detenuti e torturati. Lo hanno testimoniato ad Amnesty International i pochi riusciti a evadere, oggi rifugiati politici nel Nord America e nei Paesi scandinavi. Trattenuti prima nella prigione di Adi Abeito e poi, in seguito a un tentativo di fuga, nel carcere di massima sicurezza di Dahlak Kebir, molti di loro sono stati uccisi.
Il 18 settembre, una manifestazione internazionale, che si terrà anche a Roma, chiederà la liberazione dei detenuti di Misratah.
Ulteriori approfondimenti sulla tragedia e sulla tematica delle morti in mare dei migranti clandestini sul sito Fortress Europe, fondato e diretto da Gabriele Del Grande, autore del libro Mamadou va a morire. La strage dei clandestini nel Mediterraneo (Infinito edizioni, maggio 2007, euro 14.00).

"Il deserto e il mare" :

i migranti si raccontano
Cultura e societàPubblicata il: 14/11/2007
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Escono allo scoperto i rifugiati, e raccontano in prima persona la memoria dei viaggi nel Canale di Sicilia, la fatica dell’arrivo e la speranza del futuro. Chi sono gli uomini e le donne che sbarcano a Lampedusa? Da dove vengono e perché hanno lasciato la propria patria? Quali ostacoli hanno incontrato lungo i viaggi nel deserto prima e poi in mare? Appuntamento a venerdì 16 novembre a Roma, alla centrale Montemartini, in via Ostiense 106, dove sarà proiettato il documentario “Il deserto e il mare”, girato tra marzo e luglio 2007 da Dagmawi Yemer, Sintayehu Eshetu, Solomon Moges, Menghistu Andechal, Adam Awad. L’iniziativa dell’associazione Asinitas, inizierà alle 17:00, con la proiezione del documentario “A sud di Lampedusa”, di Andrea Segre. A seguire, presentazione del libro “Mamadou va a morire”, di Gabriele Del Grande, e un intervento di Alessandro Triulzi, Marco Carsetti, Dagmawi Yemer e Mauro Morbidelli, sulla memoria migrante. Mussiè Zerai (Habeshia) parlerà della condizione dei rifugiati tra Libia e Italia. A seguire saranno proiettati i documentari “Storia di Habteab”, sul rifugiato eritreo morto nel 2006 nel carcere di Civitavecchia. Alle 20:30 cena offerta dagli studenti del corso di italiano dell’associazione Asinitas onlus.

RAPPORTO GIUGNO 2008 sui rifugiati

27/07/2008:



È un triste anniversario quello della Giornata mondiale dei rifugiati del 20 giugno.
Nel mese appena trascorso infatti, lungo le frontiere europee sono morti almeno 185 migranti e richiedenti asilo, dei quali 173 soltanto nel Canale di Sicilia.
Quattro uomini sono deceduti alle Canarie, dopo essere stati ricoverati in gravi condizioni dopo il loro sbarco.
In Italia, a distanza di pochi giorni, due iracheni sono stati trovati morti dentro due container sbarcati nel porto di Venezia a bordo di traghetti partiti dalla Grecia.
In Turchia due migranti hanno perso la vita in un incidente del camion nel quale viaggiavano nascosti nella provincia orientale di Dogubayazit, mentre un cittadino somalo è rimasto ucciso da un proiettile durante una violenta protesta esplosa nel campo di detenzione di Kırklareli, vicino alla frontiera bulgara. E un proiettile ha ucciso anche tre profughi lungo il confine egiziano con Israele. Una delle vittime è una bambina sudanese di sette anni, ammazzata lo scorso 28 giugno.

Quella del Sinai si conferma la nuova rotta dei rifugiati eritrei e sudanesi, che alle carceri libiche e alla morte in mare preferiscono lo Stato ebraico.
Nel 2007, secondo l’Unhcr, ne sono arrivati almeno 5.000.
Intanto l’Egitto ha rinforzato i propri dispositivi di controllo, autorizzando la polizia di frontiera ad aprire il fuoco sui migranti. Dall’inizio dell’anno i morti ammazzati sono almeno 16. Messo sotto pressione da Israele, l’Egitto ha avviato una vasta operazione di arresti e deportazioni, colpendo in modo particolare gli eritrei.
Secondo Amnesty International, su un totale dei 1.600 eritrei detenuti nei campi di detenzione egiziani, 810 sono già stati deportati dall'11 giugno 2008.
Si tratta della più grande deportazione mai organizzata negli ultimi anni dall'Egitto e potrebbe segnare il passo di una nuova stagione di repressione al Cairo. Intanto chi ce l'ha fatta cerca una nuova vita in Israele.

Har Zion street numero tre. È uno degli indirizzi della diaspora eritrea a Tel Aviv. Uno stabile su tre piani, occupato da un centinaio di rifugiati del Corno d'Africa. I materassi sono dappertutto. Sui pianerottoli delle scale, lungo i corridoi. Beyené apre la porta di una camera di quattro metri per quattro, ci dormono in tredici. Alle undici del mattino la televisione è accesa e alcuni sono ancora a letto.
Beyené è eritreo. È a Tel Aviv da 25 giorni. È entrato dall'Egitto. Dal Sudan era partito con la moglie. Ma lei è ancora detenuta a Ketziot, il campo di detenzione israeliano nel deserto del Sinai. Beyené è solo uno dei circa 10.000 richiedenti asilo entrati in Israele negli ultimi anni. È cominciato tutto nel 2006 con circa 1.200 ingressi dal Sinai, sei volte i 200 dell'anno precedente. E poi i 5.500 arrivi nel 2007 e i già 2.000 del primo trimestre del 2008. Sono soprattutto sudanesi e eritrei. E non è un caso. Il 30 dicembre 2005, 4.000 agenti egiziani in tenuta antisommossa assalivano i circa 3.500 profughi sudanesi che da tre mesi presidiavano il parco “Mustafa Mahmoud” del quartiere residenziale di Mohandessin, al Cairo, a poche centinaia di metri dagli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, chiedendo di essere reinsediati in un Paese terzo. Alla fine degli scontri si contarono 26 morti, tra cui 7 donne e 2 bambini. Il clima di repressione in Egitto, l'impossibilità di tornare in patria, nel Darfur come nel Sud Sudan, e i rischi del viaggio in mare verso l'Italia, hanno aperto una breccia nella barriera di filo spinato che separa l'Egitto e Israele. E ai convogli dei sudanesi sono seguiti quelli dei rifugiati eritrei, molti dei quali in fuga dal Sudan, dove il 2 giugno il governo ha ordinato la chiusura degli uffici dell'opposizione eritrea.
Beyené viveva a Khartoum da due anni. Con la moglie hanno pagato 800 dollari a testa per il viaggio verso Assuan, in Egitto. Un viaggio relativamente semplice, dice, meno duro della traversata del deserto verso Kufrah, in Libia. Da Assuan al Cairo sono arrivati in treno. Alla stazione li aspettava un connection man. Altri 700 dollari a testa e nel giro di pochi giorni sono partiti alla volta della frontiera. Un pezzo di strada nei camion. E poi a piedi, di notte, in pieno deserto, finché le guide, egiziane, hanno tagliato con delle cesoie la barriera alta un metro di filo spinato e gli hanno detto di aspettare le pattuglie dell'esercito dall'altro lato. Una volta intercettati sono stati portati al campo di Ketziot. È una tendopoli con 1.200 posti, inaugurata nel luglio 2007 nel cortile di un carcere alle porte di Gaza utilizzato per la detenzione amministrativa dei prigionieri politici palestinesi. La moglie di Beyené è ancora là. Lui l'hanno rilasciato con un documento temporaneo di “conditional release”. Nel frattempo si può lavorare, ma soltanto nella città cui è stato assegnato. A metà luglio il permesso temporaneo scade. Dovrebbero rinnovarlo, ma niente è sicuro. Intanto la domanda d'asilo pende presso l'Unhcr [Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati], che però non ha abbastanza personale per far fronte alle interviste, e si concentra piuttosto nelle richieste di rilascio dei migranti detenuti a Ketziot e nella ricerca di regolarizzazioni collettive, come il permesso temporaneo di un anno recentemente rilasciato a 600 sudanesi del Darfur e il permesso di lavoro di sei mesi dato a circa 2.000 eritrei.
I rifugiati riconosciuti dall'Acnur e dal governo israeliano sono solo 86.
Intanto, il 19 maggio 2008, il parlamento israeliano ha approvato in prima lettura la modifica della legge anti infiltrazione: riaccompagnamento immediato alla frontiera e 5 anni di carcere per il reato di immigrazione clandestina, 7 per i cittadini degli Stati nemici: Iran, Afghanistan, Libano, Libia, Sudan, Iraq, Pakistan, Yemen e Palestina.
La proposta di legge torna adesso in commissione e sarà votata altre due volte. Intanto però, sui banchi del Parlamento non c'è nessuna proposta di legge sull'asilo. I motivi sono tanti. La questione politica dei rifugiati palestinesi e più in generale dei rifugiati degli Stati nemici di Israele sopra elencati, il possibile arrivo di parte dei due milioni di rifugiati iraqeni residenti in Siria e Giordania e la questione ideologica dello Stato ebraico. A Tel Aviv chiunque lo dice: “We are not supposed to be an immigration State, but a Jew State”. Non siamo uno Stato di immigrazione ma uno Stato ebraico. Ad essere i benvenuti sono soltanto i circa 180.000 lavoratori stranieri impiegati nel Paese - nepalesi, cinesi, thailandesi, indiani o filippini – ma soltanto perché mantenuti con un permesso di soggiorno temporaneo e senza possibilità di ricongiungimento familiare.
E la situazione degli eritrei non accenna a migliorare nemmeno in Libia. Secondo l'Agenzia Habeshia, a Mishratah sono ancora detenuti, da oltre due anni, 700 uomini, 60 donne e 30 bambini, tutti eritrei. E altri 133 eritrei sarebbero detenuti a Ijdabiya, dopo essere stati arrestati in mare, nelle ore in cui il primo ministro italiano Silvio Berlusconi volava a Tripoli per un incontro lampo con Gheddafi, lo scorso 27 giugno.
Sul tavolo della trattativa l'impegno a finanziare parte del sistema radar per il controllo delle frontiere sud della Libia, come contropartita per sbloccare i pattugliamenti congiunti in acque libiche, secondo gli accordi del 29 dicembre 2007.
Le navi sono pronte, ha detto il ministro dell'Interno Maroni. Ma quali saranno le regole di ingaggio della missione? E quali sono oggi le regole di ingaggio della missione di pattugliamento di Frontex nel Canale di Sicilia, Nautilus III?
Frontex mantiene il riserbo totale. Durante il question time in parlamento, il primo ministro maltese Lawrence Gonzi ha dichiarato “top secret” le regole delle operazioni, che vedono impegnati mezzi di Italia, Malta, Francia, Germania, Spagna e Grecia. Ma un giornalista tedesco è riuscito a rompere il silenzio. Si chiama Roman Herzog e nel suo ultimo documentario audio, Guerra nel Mediterraneo, la Guardia di Finanza italiana ammette che alcune unità navali di Frontex sequestrano viveri e carburanti dalle navi dei migranti per obbligarli a ritornare verso i porti di partenza. Una pratica che non è stata smentita dal direttore di Frontex Ilkka Laitinen, intervistato a proposito nel documentario.
La Libia ha rimpatriato a sue spese 30.940 immigrati nel 2007 e reclama un miliardo di euro di aiuti. Nel 2006 la Libia aveva rimpatriato 64.430 immigrati con una spesa di quattro milioni di euro. Intanto gli arrivi sulle coste italiane sono più che triplicati nei primi cinque mesi del 2008: 7.077 contro i 2.087 dello stesso periodo nel 2007. Sempre più donne (l'11% contro l'8% dello scorso anno) e sempre più rifugiati del Corno d'Africa (30%), in particolare da Sudan e Somalia, secondo Msf. E sempre più imbarcazioni salpate dall'Egitto anziché dalla Libia per evitare i respingimenti. E di pari passo aumentano le tragedie. Nei primi sei mesi i morti di cui si ha notizia nel Canale di Sicilia sono almeno 311, di cui 173 soltanto nel mese di giugno. In tutto il 2007 le vittime documentate erano state 556. L'ultima strage, il 7 giugno, è costata la vita a 140 persone. Wali Adbel Motagali è l'unico superstite. In un'intervista al quotidiano egiziano al-Ahram ha raccontato: “Ho conosciuto un uomo nel mercato al-Jumua di Tripoli che mi ha offerto un viaggio verso l'Italia per 1.000 dollari. Il 5 giugno siamo stati portati a ovest di Tripoli, dove siamo rimasti per due notti. Ci hanno fatto poi salire a bordo di una imbarcazione che non poteva trasportare più di 40 persone e dopo solo un'ora di navigazione si è rotto il motore. Abbiamo tentato invano di ripararlo. Dopo poco abbiamo iniziato a imbarcare acqua. A causa dell'agitazione di alcune persone che si erano fatte prendere dal panico perché non sapevano nuotare la barca si è capovolta e molti sono annegati”. Delle altre tragedie non ci sono testimoni né superstiti. Ma soltanto i cadaveri ripescati in alto mare o affiorati lungo le coste maltesi e siciliane.
Dall'altro lato del Mediterraneo, la Spagna torna a parlare di sé per l'ultimo rapporto pubblicato da Amnesty International sulle condizioni dei migranti in Mauritania, uno dei principali Paesi di transito verso le Canarie.
Dal 2006 migliaia di persone sono state detenute nel campo costruito a Nouadhibou con fondi spagnoli e quindi rinviate alla frontiera con il Senegal e con il Mali. Amnesty svela i rapporti tra Spagna e Mauritania, per poi affrontare i punti critici dei respingimenti in mare di 5.000 persone operati dai pattugliamenti di Frontex nell’Atlantico, con un caso studio sulla vicenda dei 369 passeggeri del Marine I, intercettati in mare il 30 gennaio e mantenuti in detenzione in condizioni degradanti per mesi, prima del rimpatrio della maggior parte di essi, in India, Pakistan, Sri Lanka e Guinea. Intanto più a nord, i migranti bloccati in Marocco senza documenti, tentano di raggiungere Ceuta e Melilla a tutti i costi. A nuoto, oppure assalendo i posti di frontiera, come è successo il 22 giugno a Melilla, quando 70 migranti sub-sahariani hanno tentato di superare con la forza il punto di blocco di Beni-Enzar, tra Nador e Melilla. Una cinquantina di loro sono stati arrestati e saranno espulsi. Degli altri si sono persi le tracce.
Saranno presto espulsi in Algeria e da lì in Mali. Come è successo a uno dei superstiti del naufragio di Hoceima del 28 aprile scorso, arrestato e abbandonato nel deserto, a Tinzaouatine. Come lui almeno 12.200 migranti africani sono stati arrestati e deportati nel 2007 nella regione di Tamanrasset, nel sud est algerino. Il Paese, che pure vive il dramma della propria emigrazione, ha recentemente adottato una nuova legge sull'immigrazione che prevede la creazione di centri di detenzione per i migranti, finora trattenuti in carceri, locali fatiscenti o stazioni di polizia.
Per la prima volta, Fortress Europe è in grado di mostrare un reportage fotografico sugli arresti e le deportazioni nel deserto algerino, realizzato da Bahri Hamza. Se i nuovi campi, voluti dall'Europa, serviranno a fermare i migranti non è dato saperlo. Ma intanto un rapporto appena pubblicato dall'Oim smonta la tesi fondante delle politiche di contrasto all'immigrazione africana, dimostrando dati alla mano che dall'Africa sub-sahariana non è in corso nessuna invasione e che la maggior parte dei migranti senza documenti arrivano con un visto turistico e non sulle carrette del mare.

DENUNCIAMO LA DEPORTAZIONE DEI ROFUGHI ERITREI DALL’EGITTO

Confederazione Unitaria di Base >>
Protesta contro la deportazione forzata dei rifugiati eritrei dall'Egitto sit-in davanti all’Ambasciata Egiziana a Roma in occasione della Giornata Internazionale del Rifugiato 23-06-2008

Prendi il volantino con le immagini del sit-in davanti all'ambasciata Egiziana a Roma .zip

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COMUNICATO - STAMPA 20/06/2008



La scorsa settimana, le Autorità Egiziane, con un atto irresponsabile è l’uso della forza coercitiva, hanno deportato in Eritrea, con dei voli “speciali”, numerosi profughi Eritrei, in maggioranza giovani uomini e donne con bambini, che da alcuni mesi si trovavano in Egitto, per sottrarsi dalle persecuzioni poliziesche e dalla repressione in atto in tutta l’Eritrea. Secondo le ultime segnalazioni pervenuteci e confermate anche da Amnesty International, circa 700 eritrei sono stati consegnati nelle mani del regime dispotico al potere in Asmara, mettendo in questo modo le loro vite in grave pericolo. Inoltre, un numero che si aggira attorno ad altri 900 eritrei, in questo momento si trovano rinchiusi nei campi delle forze di sicurezza di Shallal, a sud di Aswan, con l’intento di essere deportati verso le carceri eritree e a Wià, nelle vicinanze di Massawa.
Questa grave azione di rimpatrio forzato, intrapresa da parte delle Autorità Egiziane, ha suscitato la ferma condanna della diaspora eritrea all’estero, in quanto un’operazione che apre le porte a nuove torture e maltrattamenti nei confronti dei profughi eritrei. Di fatti, sono tutt’ora fresche nella memoria della gioventù eritrea e del popolo eritreo, le brutalità che hanno subito i 223 profughi eritrei, che furono forzatamente deportati verso l’Eritrea dal Governo di Malta, tra settembre ed ottobre del 2002.
Questa deportazione, che viene compiuta sotto la copertura e l’accusa che gli Eritrei presenti nel territorio egiziano sono degli “immigrati illegali”, ha come conseguenza un atteggiamento teso ad indebolire la lotta del popolo eritreo, in un momento della sua ricerca, di una forte unità nazionale, contro la dittatura al potere in Eritrea. E’ una grave azione che viene attuata, in un momento di completo isolamento del regime di Asmara da parte del popolo eritreo e della comunità internazionale.
Il regime eritreo come al solito, cercherà di camuffare questa deportazione con proclami di “accoglienza”, ma che in realtà nell’immediato si tradurrà per i profughi Eritrei, nella reclusione nei fantomatici campi di “rieducazione”, presenti in diverse località del paese, per poi essere di seguito portati davanti ai “tribunali speciali”, che significa la condanna ai lavori forzati per i più “fortunati” e la sentenza di morte anticipata per i “recidivi”, con l’accusa di “tradimento nazionale”.

Per questo motivo:
· condanniamo fermamente l’azione del Governo Egiziano;
· chiediamo l’immediato intervento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) e della Comunità Internazionale perché vengano sospense le deportazioni;
· ci appelliamo alle forze politiche Italiane, le Associazioni Umanitarie, le organizzazioni del Lavoro ed, ai lavoratori, agli studenti e al popolo italiano a unirsi alla nostra voce di denuncia ed intraprendere azioni concrete in difesa e la protezione dei profughi Eritrei.

Per venerdì 20 giugno ’08, in occasione della Giornata Internazionale dei Rifugiato, a partire dalle ore 9 di mattina, le nostre associazioni, hanno indetto un sit-in davanti all’Ambasciata Egiziana a Roma, per esprimere la loro ferma protesta e condanna della deportazione forzata dei rifugiati eritrei.

A.H.C.S Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo
ASPER Associazione per la tutela dei diritti umani del popolo Eritreo
A.I.E.I. Associazione Immigrati Eritrei in Italia
A.S.D.G Associazione di Solidarietà per la Giustizia e la Democrazia in Eritrea
E.P.M. Eritrean People Movement (Italia)
ICN-News (Catania)
MOSSOB Comitato Italiano per un’Eritrea democratica
P.D.E. Partito Democratico Eritreo (Italia)
Porte Aperte (Isola della Scala)
Rete Lilliput (Nodo di Napoli)

Bollettino migranti

Numero 7. Dal 1° dicembre al 31 dicembre 2006





114 morti in un mese, di cui 108 lungo le rotte Senegal-Canarie. Una vittima a Malta e 3 dispersi nel mar Egeo, in Italia 2 giovani asfissiati sul camion su cui viaggiavano nascosti a bordo del traghetto Zara-Ancona. Almeno 5.856 le vittime dal 1988.

Espulsioni di massa. Allarme deportazioni collettive in Marocco e Libia. Nessun motivo per festeggiare. L’ultimo mese del 2006 regala solo lacrime ai familiari di almeno 114 giovani partiti per l’Europa e annegati assieme alla loro illegale speranza. Tanti – secondo l’osservatorio Fortress Europe - i morti alle frontiere del Vecchio continente a dicembre. Sulle rotte dal Senegal alle Canarie hanno perso la vita 108 persone, a Malta una vittima e nel mar Egeo 3 dispersi, mentre in Italia 2 giovani sono asfissiati dalle esalazioni del carico del camion su cui viaggiavano nascosti a bordo del traghetto Zara-Ancona. A questi vanno aggiunti i 4 decessi avvenuti in 3 centri di detenzione per migranti in Italia, Francia e Russia. Dal 1988 Fortress Europe ha censito sui media la morte di almeno 5.856 candidati all’immigrazione clandestina hanno perso la vita alle porte dei nostri Paesi, 1.949 dei quali risultano dispersi in mare.

17 dicembre. Alla spiaggia di Yoff, a Dakar, spuntano dalla notte del mare 25 fantasmi su una piroga. Sono i soli superstiti dei 127 adventuriers partiti due settimane prima da Casamance, al confine con la Guinea Bissau, per le isole Canarie. Una rotta più lunga, ma più sicura perchè lontana dai pattugliamenti delle acque di Dakar e Saint Louis. Il mare in tempesta ha rovesciato il legno due volte e le onde hanno ingoiato chi non sapeva nuotare. I pochi sopravvissuti sono stati decimati da due settimane alla deriva senza più viveri a bordo. Non li hanno salvati i grigri preparati loro dai marabù dei villaggi, talismani di conchiglie e cinturini di pelle per la protezione degli spiriti. Gli dei del mare hanno avuto la meglio. Centodue corpi sul fondo dell’Atlantico. Una settimana prima Dakar aveva contato altre 4 vittime dopo il naufragio di un’altra piroga, mentre il 7 dicembre finalmente sbarcati alla meta agognata – le Canarie – due giovani morivano per ipotermia, uccisi dal freddo delle notti di una settimana di mare. Centootto morti in trenta giorni non sono pochi. Dal 1988 fanno almeno 1.726 vittime lungo le rotte per Spagna e Canarie, di cui 868 solo nel 2006. Il governo spagnolo parla addirittura di 6mila vittime. Cifre allarmanti che gridano contro le responsabilità dei Governi europei ed africani, sordi alle ragioni della migrazione illegale di tanti uomini e donne, accusati di un’invasione che non c’è.

La Spagna e i migranti. Madrid insiste sulla cifra record dei 31mila arrivi alle Canarie del 2006 contro i 5mila del 2005. Ma dietro l’allarmismo si nasconde una realtà diversa. Nel 2005 la Spagna regolarizzò 690mila immigrati clandestini: il 20% erano ecuadoregni, il 17% rumeni e il 12% marocchini, seguiti a ruota da Colombia, Bolivia e Bulgaria. Ebbene l’Africa sub sahariana – da cui tutti temono l’invasione della Penisola iberica - non superava il 4% delle richieste. Lo stesso in Italia. Nella sanatoria del 2002 ben 134mila dei 646mila immigrati regolarizzati venivano dalla Romania, 101mila dall’Ucraina, 48mila dal Marocco e dall'Albania e 34mila dall’Ecuador. Il mistero è svelato dalle cifre del Ministero degli Interni italiano: nel primo semestre 2006 il 63% degli immigrati senza permesso di soggiorno erano entrati in Italia con un visto turistico poi scaduto, e un altro 24% era arrivato da altri Paesi dell’area Schengen approfittando dell’abolizione dei controlli alle frontiere interne dell’Ue. I 20mila sbarcati in Sicilia nel 2006 (erano 19mila nel 2005) rappresentano quindi non più del 13% degli ingressi illegali. La verità è che i meccanismi di ingresso legale per motivi di lavoro non funzionano. Ma a differenza di altri, nei Paesi africani le possibilità di ottenere un visto turistico sono pressoché nulle per i candidati all’immigrazione. Questo il dato reale. L’Europa però preferisce parlare di “pressione senza precedenti” e spendere milioni di euro per la repressione di un’invasione che non c’è.

Fondi per la lotta contro i disperati. Un miliardo e 820 milioni di euro non sono pochi. Questa la cifra spalmata sui prossimi sette anni per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea. Si tratta di quasi la metà delle risorse destinate al capitolo immigrazione nel bilancio approvato dal Parlamento europeo. Nella partita rientra anche Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, il cui bilancio per il 2007 è stato raddoppiato a 340 milioni di euro, con l’obiettivo dichiarato di creare un sistema permanente di pattugliamento della costa sud dell’Europa. Vanno in questa direzione il prolungamento di 6 mesi della missione Hera in Senegal, operativa dal 7 settembre 2006 e le pressioni su Tripoli per una operazione congiunta lungo le coste libiche la prossima estate. La Spagna di Zapatero, che ha speso 45milioni di euro nel 2006 per i rimpatri aerei dalle Canarie al Senegal di almeno 4.400 persone, ha appena concluso con il Marocco un accordo per il rimpatrio dei minori. E l’Italia ha rinnovato la cooperazione con la Tunisia per i controlli del Canale di Sicilia. Simili accordi ormai fanno parte delle relazioni diplomatiche dell’Europa con tutta la cintura di Paesi che va dalla Turchia al Gambia, passando per tutto il Maghreb, la Mauritania e il Senegal. Aiuti in cambio di operazioni di controllo delle frontiere esterne europee. Un impegno che però troppo spesso si traduce in detenzione arbitraria e deportazioni collettive, in condizioni perlopiù degradanti. La rete Migreurop denuncia che all’alba del 23 dicembre una retata di polizia in diversi quartieri di Rabat ha causato l’arresto e la deportazione alla frontiera con l’Algeria a Oujda di circa trecento persone, tra cui numerosi richiedenti asilo e rifugiati politici riconosciuti dall’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu in Marocco. Stesso copione il 25 dicembre a Nador, alle porte di Melilla. In Algeria non si fermano le deportazioni alla frontiera con il Mali, dove i migranti sono abbandonati in pieno deserto nel villaggio di Tinzawatin. In Libia, già accusata di detenzioni arbitrarie e torture da Human Rights Watch e Afvic (Amis et familles des victimes de l’immigration clandestin), continuano le deportazioni collettive. Lo rende noto un comunicato dell’Agenzia Habeshia, secondo cui 400 cittadini eritrei detenuti nel carcere di Al-Kufrah, una struttura al confine con il Sudan finanziata dall’Italia, rischierebbero di essere espulsi e al loro rientro incarcerati e mandati ai lavori forzati. Per alcuni si profilerebbe addirittura la pena di morte, si legge, “per il ruolo politico che avevano”. Già nel 2003 Tripoli aveva deportato ad Asmara 181 persone, su richiesta del presidente eritreo Iseya Afewerki, “di queste persone fino ad oggi non si ha notizia”.

I confini dell’Europa. Diversa la situazione della Turchia. Ankara minaccia di non essere più della partita se Atene continuerà ad espellere in Turchia i migranti irregolari trovati in Grecia e se l'Ue non parteciperà alle spese. Lo sostiene il Direttore generale della sicurezza del ministero dell'Interno turco, Mehmet Terzioglu riferendosi in particolare alle frizioni con la Grecia dopo il caso Karaburun, quando all’alba del 26 settembre 8 persone morirono annegate a 400 metri dalle spiagge della città turca, gettate in mare con un gruppo di 40 persone dalle forze armate greche, che le avevano arrestate sull’isola di Hiyos. Non è la prima volta. Secondo Ankara la Guardia Costiera greca avrebbe abbandonato nelle acque territoriali turche almeno 5.800 migranti irregolari respinti alla frontiera dal 2003 al 2006. Sulle rotte tra Turchia e Grecia hanno perso la vita almeno 452 persone, gli ultimi 3 il 2 dicembre, dispersi al largo di Edremit. Due giorni dopo a Marsiglia, in Francia, moriva suicida in un centro di detenzione per migranti in attesa di espulsione, il giovane Kazım Kustul, 22 anni. Il giovane turco viveva in Francia dal 2003. Il suo non è un caso isolato. Il 9 dicembre, un quarantenne bulgaro detenuto nel centro di permanenza temporanea di Lamezia Terme (Catanzaro) si impiccava al passamano di una scala. E il 2 dicembre in Russia era morta di infarto Manana Dzhabelia, 51 anni, Georgiana, arrestata per essere espulsa. Soffriva di diabete, probabilmente si sarebbe salvata se fosse stata soccorsa da un medico, denunciano le associazioni che ricordano un caso simile nel mese di novembre. Non si tratta di casi isolati, ma piuttosto dei regolari effetti collaterali della detenzione amministrativa degli irregolari. Il 28 dicembre del 1999 sei persone morivano in un rogo al cpt Serraino Vulpitta di Trapani. L’allora prefetto Leonardo Cerenzia venne assolto. Perchè sulla vicenda non cali anche il sipario dell’oblio dopo quello dell’impunità, la Rete antirazzista siciliana ha manifestato davanti a quel cpt per ricordare. La morte di tanti uomini e donne è ormai diventata banale, lo sdegno è coperto dal cinismo e la memoria svanisce.

Ricordando Portopalo. Sono ancora là invece i fantasmi delle 283 vittime del naufragio del Natale 1996. Nel decimo anniversario della più grande tragedia del Mediterraneo del dopoguerra i loro resti rimangono sepolti sotto 106 metri di mare a 20 miglia dalla località di Porto Palo (Siracusa), bloccati nella stiva della F-174, affondata con il suo carico umano da trafficanti senza scrupoli poi fuggiti in Grecia a bordo di una seconda nave su cui riuscirono ad aggrapparsi alcuni dei superstiti. Melting Pot dedica uno speciale ad una vicenda criminale che grazie alle testimonianze dei superstiti, al ritrovamento di un pescatore e al lavoro di un giornalista è riemersa dall’oblio nel 2001 quando Giovanni Maria Bellu mostrò le immagini del relitto. Si aprì un processo che rimane ancora aperto. L’armatore pakistano e il capitano della Yohan sono accusati di omicidio volontario plurimo. Sarà fatta giustizia? Difficile dirlo in un Paese, l’Italia, dove a rischiare il carcere sono piuttosto i comandanti delle navi colpevoli di soccorrere i naufraghi del Canale di Sicilia, come tristemente dimostra il caso della Cap Anamur, che nel luglio 2004 salvò la vita a 37 persone e di cui oggi si dibatte nelle Aule del Tribunale di Agrigento contestando al comandante e al secondo di bordo il reato di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina.

Gabriele Del Grande